Dall’intuizione su Alibaba al Vision Fund, passando per Arm, OpenAI e il progetto Stargate: la storia di Masayoshi Son mostra come capitale, tecnologia e propensione al rischio possano diventare gli elementi di una strategia d’investimento globale. Una formula capace di generare rendimenti straordinari, ma anche perdite miliardarie.
Nel mondo della finanza tecnologica pochi imprenditori hanno costruito la propria reputazione attraverso scommesse tanto grandi quanto quelle di Masayoshi Son. Fondatore, presidente e amministratore delegato di SoftBank Group, Son ha trasformato una piccola società giapponese dedicata alla distribuzione di software in una holding internazionale con partecipazioni nelle telecomunicazioni, nei semiconduttori, nelle piattaforme digitali e nell’intelligenza artificiale.
La sua strategia non consiste semplicemente nello scegliere aziende promettenti. Son cerca di individuare in anticipo i grandi cambiamenti tecnologici e di concentrare enormi quantità di capitale sui soggetti che, secondo la sua visione, potrebbero controllare le infrastrutture della nuova economia.
Questa impostazione ha prodotto alcuni degli investimenti più redditizi della storia recente, ma anche errori costati miliardi. Proprio l’alternanza tra successi eccezionali e pesanti svalutazioni rende la sua parabola particolarmente interessante dal punto di vista finanziario.
Dalle origini in Giappone alla nascita di SoftBank
Masayoshi Son nasce nel 1957 a Tosu, nella prefettura giapponese di Saga, all’interno di una famiglia di origine coreana. Durante l’adolescenza si trasferisce negli Stati Uniti e studia economia all’Università della California, Berkeley.
Già negli anni universitari dimostra una forte attenzione per le tecnologie emergenti. Collabora allo sviluppo di un traduttore elettronico, poi ceduto alla società giapponese Sharp, e avvia un’attività legata all’importazione di videogiochi arcade.
Tornato in Giappone, nel 1981 fonda Nihon SoftBank, la società che diventerà l’attuale SoftBank Group. Il nome non identifica inizialmente una banca tradizionale: l’idea è quella di creare una “banca del software”, cioè un punto di riferimento per la distribuzione dei programmi destinati alla nascente industria dei personal computer.
Fin dall’inizio Son non vuole limitarsi alla gestione di un singolo prodotto. Il suo obiettivo è collocarsi nei punti strategici attraverso i quali passa l’innovazione: prima la distribuzione del software, poi i media tecnologici, Internet, le telecomunicazioni e infine l’intelligenza artificiale.
Alibaba e la scommessa che cambia la storia di SoftBank
L’investimento che più di ogni altro contribuisce a costruire la reputazione di Masayoshi Son è quello in Alibaba.
Nel 2000, quando il commercio elettronico cinese si trova ancora in una fase iniziale, SoftBank investe circa 20 milioni di dollari nella società fondata da Jack Ma. La partecipazione aumenta enormemente di valore negli anni successivi e diventa uno degli asset più importanti del gruppo giapponese.
Quando Alibaba arriva a Wall Street nel 2014, la sua quotazione conferma la portata dell’intuizione di Son. L’investimento fornisce a SoftBank non soltanto una plusvalenza straordinaria, ma anche una riserva di valore utilizzabile per finanziare nuove operazioni, sostenere il debito e rassicurare il mercato sulla solidità patrimoniale del gruppo.
Il caso Alibaba sintetizza il metodo di Son: individuare un imprenditore con una visione ambiziosa, investire prima che il mercato ne riconosca pienamente il potenziale e mantenere una partecipazione abbastanza grande da beneficiare della crescita su scala globale.
È una strategia molto diversa dalla tradizionale diversificazione prudente. Il capitale viene concentrato su poche convinzioni forti, accettando una volatilità elevata in cambio della possibilità di ottenere rendimenti fuori scala.
Dalle telecomunicazioni a una holding globale
Nel corso degli anni SoftBank amplia progressivamente il proprio raggio d’azione. Il gruppo investe in Yahoo Japan, entra nella banda larga e nel 2006 acquisisce le attività giapponesi di Vodafone, rafforzando la propria presenza nelle telecomunicazioni mobili.
L’operazione permette a Son di costruire un’attività capace di generare flussi di cassa relativamente stabili. Queste risorse diventano la base finanziaria per effettuare investimenti più rischiosi nel settore tecnologico.
Nel 2013 SoftBank acquisisce il controllo dell’operatore statunitense Sprint. L’operazione è complessa e non produce immediatamente i risultati attesi, ma la successiva fusione tra Sprint e T-Mobile US consente al gruppo di mantenere un’esposizione significativa al mercato americano delle telecomunicazioni.
La trasformazione decisiva arriva però nel 2016, con l’acquisizione della britannica Arm Holdings. Arm progetta le architetture utilizzate in gran parte dei processori per smartphone e in un numero crescente di dispositivi, automobili e data center.
SoftBank comprende che il valore dell’azienda non dipende soltanto dai ricavi del momento, ma dalla posizione occupata all’interno dell’ecosistema dei semiconduttori. Dopo il ritorno di Arm in Borsa nel 2023, la partecipazione rimasta a SoftBank diventa una delle componenti principali del patrimonio del gruppo.
Il Vision Fund e l’industrializzazione del capitale di rischio
Nel 2017 Son porta il proprio modello a una scala senza precedenti con il lancio del SoftBank Vision Fund. Con una dotazione vicina ai 100 miliardi di dollari e il sostegno di grandi investitori internazionali, tra cui il Public Investment Fund saudita, il fondo dispone di una capacità finanziaria molto superiore a quella dei tradizionali operatori di venture capital.
L’idea è investire somme molto elevate nelle aziende tecnologiche considerate in grado di dominare i rispettivi mercati. SoftBank finanzia imprese attive nel commercio elettronico, nella mobilità, nella logistica, nei servizi finanziari digitali e nel lavoro condiviso.
Il Vision Fund modifica gli equilibri dell’intero settore. Le startup possono raccogliere miliardi senza quotarsi immediatamente, mentre i concorrenti sono spesso costretti a cercare capitali aggiuntivi per sostenere lo stesso ritmo di crescita.
La disponibilità di tanto denaro presenta però un problema: può incoraggiare valutazioni eccessive e modelli di business dipendenti da continui aumenti di capitale. Il caso più famoso è quello di WeWork. SoftBank sostiene a lungo la società di spazi di lavoro condivisi, ma il tentativo di quotazione del 2019 mette in evidenza problemi di governance, perdite e valutazioni difficili da giustificare. Le successive svalutazioni costano al gruppo miliardi di dollari.
Anche altre partecipazioni del Vision Fund subiscono forti cali quando l’aumento dei tassi d’interesse riduce le valutazioni delle società tecnologiche. La vicenda dimostra che una grande quantità di capitale non elimina il rischio: in alcune circostanze può amplificarlo.
La strategia finanziaria dietro le grandi scommesse
SoftBank opera oggi soprattutto come una holding strategica. Il suo valore dipende in larga misura dalle partecipazioni detenute, mentre la direzione valuta la solidità finanziaria attraverso indicatori come il Net Asset Value, cioè il valore degli investimenti al netto del debito, e il Loan to Value.
Al 30 giugno 2026 SoftBank indicava un Net Asset Value di 72.300 miliardi di yen, un valore complessivo delle partecipazioni pari a 83.110 miliardi e un Loan to Value del 13%. Arm rappresentava la quota più rilevante del portafoglio.
Il modello può essere riassunto in quattro passaggi:
- individuare una trasformazione tecnologica di lungo periodo;
- acquisire partecipazioni rilevanti nelle aziende ritenute strategiche;
- utilizzare il valore degli asset e l’accesso ai mercati finanziari per raccogliere nuovo capitale;
- reinvestire le risorse nella successiva ondata di innovazione.
La strategia produce una sorta di effetto moltiplicatore. Se le partecipazioni aumentano di valore, SoftBank può rafforzare il bilancio, monetizzarne una parte o utilizzarle come base per finanziare nuovi investimenti. Quando invece le valutazioni scendono, lo stesso meccanismo può diventare una fonte di pressione: diminuisce il valore patrimoniale, aumenta il peso relativo del debito e si riduce la capacità di effettuare nuove operazioni.
Per questo la gestione della leva finanziaria è importante quanto la selezione degli investimenti.
La nuova grande scommessa sull’intelligenza artificiale
Dopo Internet, telecomunicazioni e smartphone, Masayoshi Son considera l’intelligenza artificiale la trasformazione decisiva della nuova fase economica. La strategia di SoftBank punta a costruire un ecosistema che comprenda semiconduttori, modelli di IA, robotica, energia e data center.
Arm occupa una posizione centrale perché le sue architetture possono diventare una componente importante dell’infrastruttura di calcolo necessaria per eseguire applicazioni di intelligenza artificiale.
A questa presenza industriale si aggiunge l’investimento in OpenAI. Nel febbraio 2026 SoftBank ha sottoscritto un accordo per investire altri 30 miliardi di dollari attraverso il Vision Fund 2. Al completamento delle tranche previste, l’investimento cumulativo del gruppo dovrebbe raggiungere 64,6 miliardi di dollari, corrispondenti a una partecipazione di circa il 13%.
SoftBank è inoltre uno dei promotori di Stargate, il progetto annunciato con OpenAI, Oracle e MGX per sviluppare negli Stati Uniti infrastrutture dedicate all’intelligenza artificiale. Il piano complessivo prevede investimenti fino a 500 miliardi di dollari nell’arco di quattro anni. SoftBank ha assunto un ruolo di responsabilità finanziaria, mentre OpenAI guida la parte operativa.
È importante non confondere la dimensione complessiva di Stargate con un investimento interamente sostenuto da SoftBank: il progetto coinvolge più partner, finanziatori e fornitori tecnologici. Resta comunque evidente la volontà di Son di collocare il gruppo al centro della catena del valore dell’IA.
Visione o eccesso di fiducia?
Il principale punto di forza di Masayoshi Son è la capacità di ragionare su orizzonti temporali molto lunghi. Invece di prevedere i risultati del trimestre successivo, cerca di immaginare quali infrastrutture saranno indispensabili tra dieci o vent’anni.
Questa visione gli ha permesso di anticipare l’espansione di Internet, dell’e-commerce cinese e dei dispositivi mobili. Allo stesso tempo, la fiducia nelle proprie intuizioni lo ha portato a sottovalutare i rischi operativi, le valutazioni troppo elevate e i problemi di governance di alcune società finanziate.
Per gli investitori, SoftBank rappresenta quindi un caso particolare. Non è soltanto un conglomerato industriale e non è un fondo di venture capital tradizionale. È una holding fortemente influenzata dalla visione del fondatore, nella quale il valore delle partecipazioni, la leva finanziaria e la capacità di raccogliere capitale sono strettamente collegate.
L’eredità finanziaria di Masayoshi Son
Masayoshi Son ha trasformato la propensione al rischio in una strategia finanziaria globale. Il suo percorso mostra che una singola intuizione, come quella su Alibaba, può finanziare decenni di espansione. Dimostra però anche che il capitale abbondante non sostituisce la disciplina nella valutazione delle aziende.
La nuova concentrazione sull’intelligenza artificiale potrebbe rappresentare il coronamento della sua carriera oppure esporre SoftBank a una nuova fase di forte volatilità. Molto dipenderà dalla capacità di convertire investimenti, infrastrutture e partecipazioni strategiche in flussi di cassa sostenibili.
È proprio questa tensione tra visione e rischio a definire Masayoshi Son: non soltanto un imprenditore tecnologico, ma un allocatore di capitale disposto a impegnare risorse enormi sulle proprie idee sul futuro.
